Il #Curiosone – “Populismo ? No, fascismo 2.o”, di Fausto Pellecchia

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Nel 2004, Robert O.Paxton, storico e politologo statunitense, noto per le sue ricerche sui regimi fascisti europei, pubblicò uno studio intitolato The Anatomy of Fascism che in Italia ha avuto scarsa fortuna. Ingiustamente, perché a rileggerlo oggi contiene intuizioni di straordinaria attualità. Il contesto del libro è segnato dal trauma del 11 settembre e dalla presidenza di George W.Bush, caratterizzata da un irrigidimento “missionario e guerriero” della nazione americana come “poliziotto dell’ordine mondiale”, tornato d’attualità dopo le recenti prese di posizione di Donald Trump. Il proposito del libro è la risposta ad una questione tanto più complessa quanto più risulta semplice la sua formulazione: «Che cos’è il fascismo?».

Dopo aver rivisitato le fonti dei due fascismi storici, tedesco e italiano, ci si chiede quali forme assuma il fascismo odierno. La tesi di Paxton è che il fascismo deve essere analizzato sulla base degli atti concreti piuttosto che a partire dalle sue origini congiunturali e storicamente datate .Il loro zoccolo comune – il rifiuto del diritto diritto di avere diritti, dell’uguaglianza degli individui e delle “razze”, delle etnie e delle culture, dunque, dei popoli.– li sospinge verso l’essenzializzazione di una identità nazionale fantasmatica ed esacerbata. «La comunità viene prima dell’umanità nel sistema dei valori fascisti – spiega Paxton- e il rispetto dei diritti individuali o delle procedure legali è sostituito dall’asservimento al destino del Volk o della razza. Ne consegue che i movimenti fascisti nazionali si presentano innanzitutto come difensori dei loro particolarismi etno-culturali». Qualcosa di molto simile a ciò che oggi passa sotto il nome di “sovranismo”.
Ma il rigore minuzioso dell’opera di Paxton,, tanto misurata sul piano dell’argomentazione quanto sorvegliata nell’enunciazione, è rivolta esplicitamente all’analisi del presente: «Per definizione, la vaccinazione della maggior parte degli Europei contro il fascismo delle origini, in conseguenza della sua umiliazione e della sua decadenza pubblica nel 1945, è temporanea. I tabù dell’epoca tendono inevitabilmente a scomparire con la generazione dei testimoni oculari dei fatti. In ogni caso, il fascismo del futuro – reazione catastrofica di qualche crisi non ancora immaginabile- non ha alcun bisogno di assomigliare in tutto e per tutto, attraverso i suoi segni esteriori e i suoi simboli, al fascismo classico. Un movimento che, in una società in preda a gravi perturbazioni, vorrà “sbarazzarsi delle libere istituzioni” al fine di assicurare le stesse funzioni di mobilitazione delle masse – avendo di mira la loro riunificazione, purificazione e rigenerazione – prenderà indubbiamente un altro nome e adotterà nuovi simboli. Ma non sarà per questo meno pericolosa». Ad esempio, prosegue Paxton -con riferimento alla “guerra di civiltà” iniziata dall’amministrazione Bush in risposta agli attentati di Al-Quaida – :« ogni nuova forma di fascismo demonizzerà necessariamente un nemico, interno o esterno: ma questo nemico non saranno necessariamente gli Ebrei. Un movimento fascista americano autentico sarà di tipo “religioso”, avverserà i neri e, dopo l’11 settembre 2001, sarà soprattutto anti-islamico; in Europa occidentale, sarà invece secolarizzato, e indubbiamente più anti-islamico che antisemita. In Russia e nell’Europa dell’est sarà religioso, antisemita, slavofilo e anti-occidentale.»
In altri termini, sotto lo choc della brutalizzazione della democrazia americana compiuta dall’amministrazione Bush – vedi la pratica della tortura a Guantanamo – che oggi sembra persino inasprita dall’amministrazione Trump., le possibilità di apparizione di un nuovo fascismo sotto altre vesti e in altri contesti, non sono, secondo Paxton, «meno grandi che negli anni ’30 del XX secolo, e probabilmente anche più grandi, poiché, dopo il 1945, numerose esperienze democratiche di governi rappresentativi sono fallite». Pertanto, «soltanto comprendendo come i fascismi del passato hanno funzionato, e non accertando il colore delle camicie o cercando gli echi della retorica dei sindacalisti dissidenti degli inizi del XX secolo, potremmo davvero riconoscere un fascismo odierno».
Paxton riassume il contesto favorevole alla rinascita del fascismo in una descrizione anticipatrice la cui risonanza con il clima politico attuale di alcuni paesi europei è impressionante: «I segni precorritori ben noti – propaganda nazionalista esacerbata e crimini odiosi – sono importanti ma insufficienti. Con quello che oggi sappiamo sul ciclo fascista, siamo in grado di scoprire de segni precorritori molto più minacciosi nelle situazioni di paralisi politica a causa di una crisi, nell’attitudine dei conservatori alla ricerca di alleati più forti e più pronti a rinunciare alle procedure legali e al rispetto della legge al fine di ottenere il supporto delle masse attraverso la demagogia nazionalista e razzista. I fascisti si avvicinano al potere quando i conservatori cominciano a imitarne i metodi e fanno appello alle passioni che mobilitano le masse». . Leggendo questi enunciati è difficile non cogliervi l’eco del lepenismo francese o del leghismo di Salvini o del regime ungherese di Orban,. La nuova Costituzione ungherese, entrata in vigore nel 2012, sostituisce la “Repubblica di Ungheria” con l’ “Ungheria”, cioè un paese che non si definisce più attraverso il suo regime politico ma mediante un’essenza astorica, di cui il popolo ungherese sarebbe il suo unico fondamento. Con ciò la nozione di cittadinanza è rimpiazzata da un essenzialismo nazionale, le cui proprietà affondano in un passato mistificato, purificato dalle minoranze etniche, con un refrain vittimario, una professione di fede, in senso religioso, richiamato da un preambolo che porta il titolo di “Credo nazionale”: in esso il Dio cristiano e la Santa Corona sono i referenti primordiali, dai quali deriva il rifiuto del pluralismo e della diversità sanciti dall’ossessiva insistenza sull’unicità nazionale, con la riduzione dei contro-poteri, della libertà di stampa, i privilegi del partito al potere, ecc. Eppure un professore di storia moderna presso l’Università di Nancy, Paul Gradvohl, ci assicura che «Viktor Orban non è un fascista.» Anche per questo bisogna rileggere con urgenza Robert Paxton. Per decidere sul fascismo, il criterio non consiste in un paragone rigido con un passato ormai lontano, ma nella vigile attenzione alle «passioni che mobilitano» e che sono la molla dell’azione fascista. Paxton le riassume alla fine della sua opera: innanzitutto «un sentimento di crisi di tale ampiezza che nessuna soluzione immediata sembra poterne venire a capo»; inoltre, il primato di un gruppo verso il quale i doveri di ciascuno sono superiori a tutti i diritti, individuali o universali, e la subordinazione a lui di ogni individuo; la credenza che il gruppo di appartenenza è una vittima (…); la paura del declino di un gruppo per gli effetti corrosivi del liberalismo individualista, dei conflitti di classe e delle influenze straniere; il bisogno di una integrazione più stretta, di una comunità più pura…». Come si vede si tratta di temi che riecheggiano come un campanello d’allarme nel dibattito attuale di molti paesi europei, tra i quali l’Ungheria si presenta come un audace laboratorio politico. Paxton avverte: «Noi sappiamo che il fascismo in azione non ha bisogno di lanciare qualche “marcia” spettacolare sulla capitale per potersi stabilizzare: è sufficiente tollerare decisioni apparentemente anodine che riguardano il trattamento degli stranieri come nemici nazionali.». L’allusione è certamente riferita all’amministrazione Bush di cui Guantanamo è il deprecabile simbolo, ma essa attiene altresì ai governi democratici europei rassegnati all’impotenza dinanzi alla crisi economico-finanziaria e alla drastica restrizione dei diritti individuali dinanzi al fenomeno incalzante dei flussi migratori – di cui in Italia il recente decreto Minniti-Orlando è un preoccupante sintomo. È infatti su questo scabro e insidioso terreno che si decide la risposta europea alla questione posta dallo storico americano sull’emergenza del fascismo 2.0, rispetto alla quale il terrorismo endogeno che si ispira ad Al Qaida rappresenta soltanto il possibile detonatore finale.
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